AURELIO COCHI PONZONI, POETA DI COMICA FOLLIA.


Sessant’anni di spettacolo, sessant’anni di teatro, cabaret, cinema, tv, sessant’anni nell’immaginario degli italiani. Pur se strettamente legata, nella popolarità di un pubblico vastissimo, a quella del socio e amico di una vita Renato Pozzetto, la carriera di Aurelio «Cochi» Ponzoni ha preso abbastanza presto strade diverse, sia per quanto riguarda il cinema, sia a teatro. Qui, in particolare, la personalità di Cochi ha avuto modo di esprimersi, già a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, in tutta la gamma dei registri e delle situazioni, in ruoli tradizionali, mai scontati, e in altri più sperimentali, intrapresi grazie a un’insaziabile curiosità intellettuale.
Buongiorno Cochi, tu sei un poeta del surreale, un giocoliere della parola, anzi delle parole, e come tu stesso ti sei definito, un saltimbanco del palcoscenico. Perché veramente tu hai fatto di tutto. Hai ballato, cantato e recitato e già da bambino, nutrivi una grande passione per il Teatro.
Sì, è proprio così. Da ragazzino facevo parte di una compagnia filodrammatica del Teatro Angelicum di Milano, e poi da solo, ancor prima di esibirmi con Renato Pozzetto, facevo dei concerti alla domenica pomeriggio, nei teatri delle parrocchie a Milano. Accompagnato da due miei amici, che suonavano chitarra e batteria, cantavo canzoni popolari appartenenti al repertorio internazionale. Per questo motivo, fui notato da un giornalista del settimanale “Settimo giorno” (che oggi potrebbe essere paragonato a L’Espresso o Panorama), che pubblicò un articolo intitolato “Ragioniere al microfono, con grandi doti”, con tanto di foto, che, ovviamente, ritagliai e misi immediatamente nel portafoglio per mostrarlo all’occasione giusta, per far colpo sulle ragazze.
Avevo 15 anni, più o meno, ed ero già preso dal “sacro fuoco” del teatro.
E questo fuoco arde ancora oggi! Inoltre, per amore delle lingue estere, ti facevi accompagnare da tuo padre in Piazza della Scala, per comprare Topolino in lingua originale.
Una volta, quando ero ragazzino, in Piazza della Scala c’era un’edicola, ora negozio di gadget turistici, che vendeva tutta la stampa internazionale. Io leggevo Topolino in italiano e lì trovavo sempre il corrispettivo in americano. Mi piaceva imparare la lingua colloquiale. La mia passione per le lingue nasce così, inconsapevolmente, da bambino e questa predisposizione l’ho sempre mantenuta e combinata con l’amore per i viaggi.
Il mio primo viaggio l’ho fatto a 15 anni, con il mio compagno di banco. Siamo andati a Copenaghen in treno: era il 1956 e per quei tempi era una cosa abbastanza fuori dal comune.
Se non avessi fatto questo mestiere, avrei intrapreso sicuramente la carriera di interprete parlamentare. A 18 anni parlavo già inglese, francese e tedesco e il mio primo lavoro è stato all’aeroporto di Linate, al check-in per la Swiss Air e per la Lufthansa.
A quel tempo, erano già evidenti la tua comicità, la tua creatività e il giocare con le parole?
Sin da piccoli, io e Renato, giocavamo insieme e cantavamo le canzoni del repertorio popolare, soprattutto d’estate, quando ci trovavamo a Gemonio, il paese in cui eravamo stati sfollati durante la guerra. I nostri genitori erano amici e trascorrevamo le vacanze lì, tutti insieme.
Mi racconti della ‘sciura’ Cattaneo?
Mia mamma era una donna fantastica, una vera milanese doc.
Ogni tanto, quindi, ti rincorreva con la ciabatta in mano?
Sì, quando la imbrogliavo, dicendo che sarei rientrato a casa a una talora e invece tornavo alle tre di notte. Mi faceva degli agguati pazzeschi!
Fu lei a darti Cochi come soprannome, vero?
Quando nacqui, mamma mi affibbiò Cochi come nomignolo, perché le ricordavo un personaggio del Corriere dei Piccoli, un fantolino a cui, secondo lei, assomigliavo tantissimo. Cominciò a chiamarmi così e non ho mai fatto niente per cambiare le cose. Mamma mi chiamava Aurelio solo quando ne combinavo una di troppo e doveva riprendermi severamente.
Mamma Adele ha rappresentato sicuramente una figura importante nella tua vita.
Io sono cresciuto con lei e due sorelle maggiori, perché mio padre morì che avevo 19 anni e quindi, dal punto di vista caratteriale, ho avuto un imprinting tutto al femminile.
Mamma ha fatto sempre parte di tutti i miei eventi di vita. Ha sempre accolto a casa tutti i miei amici. Era molto generosa. Le piaceva parlare in milanese, come si usava allora. È un vero peccato che si stia perdendo questa abitudine.
Il dialetto fa parte del nostro bagaglio culturale, costituisce una ricchezza che va mantenuta, valorizzata e divulgata. Così come la cucina tradizionale. È vero che la “E, la vita la vita” è nata proprio davanti ad un piatto fumante di cassoeula?
È proprio così. Questa canzone è nata dopo una bella scorpacciata di cassoeula cucinata da mia madre. Per me e Renato era normalissimo metterci insieme, nei posti più impensati, e comporre canzoni. Era un po’ come giocare un doppio a tennis: uno tira la palla, l’altro risponde… Le musiche le scriveva quasi tutte Enzo (Jannacci).
Da studenti andavate nelle osterie per esibirvi.
Io e Renato avevamo un amico comune, Roberto Marni, anche lui sfollato a Gemonio durante la guerra e purtroppo mancato qualche anno fa, che studiava all’Accademia di Brera e che, conoscendo il mondo dei pittori e degli artisti, ci introdusse nel giro dei locali di quell’epoca. Tra questi, l’Osteria dell’Oca d’Oro, di proprietà dell’ex pugile Pino Pomè, era diventata il nostro punto di ritrovo. Ci trovavamo lì nel tardo pomeriggio o alla sera dopocena,
Quale tipo di canzoni cantavate?
Erano canzoni della tradizione popolare oppure appartenenti al repertorio delle canzoni anarchiche. Facevamo un piccolo show per i clienti dell’osteria, che erano persone importanti, ma noi non sapevamo manco chi fossero. Sto parlando di Dino Buzzati, Luciano Bianciardi, Dario Fo e tanti altri. Venivano ad ascoltarci e si divertivano.
E vi sostenevano.
Lucio Fontana e Dario Fo erano i nostri più grandi sostenitori. Lucio Fontana ci diceva in milanese (perché lui parlava solo in dialetto): “Mi ve mandi a Sanrem” (io vi mando a Sanremo).
Tra i tanti artisti, c’era anche Piero Manzoni. Tutta l’intellighenzia di Milano passava per quell’osteria.
Anche Gianni Brera e Beppe Viola.
Esattamente. Beppe Viola arrivava sempre insieme a Enzo Jannacci. Loro si conoscevano sin dall’infanzia e avevano un legame affettivo molto forte.
Io e Renato abbiamo iniziato a frequentare Enzo e Beppe partecipava alle nostre serate quando poteva, perché a quell’epoca era giornalista sportivo della Rai e aveva degli orari di lavoro molto particolari, quindi, non faceva mai tardi di notte.
Di fianco all’Osteria dell’Oca d’Oro, in via Lentasio 5, c’era la Muffola, una Galleria d’arte gestita dagli straordinari Tinin Mantegazza e sua moglie Velia.
Era una Galleria notturna che apriva di pomeriggio e sera e ospitava artisti come Franco Rognoni, Emanuele Luzzati, Mario Rossello, Lucio Fontana e Tullio d’Albisola, il cosiddetto Gruppo d’Albissola. Esponevano le loro ceramiche e Tinin e Velia hanno chiesto a me e a Renato di intrattenere il pubblico che veniva per i vernissage. Noi siamo stati i primi, abbiamo “rotto il ghiaccio”. Dopo di noi si sono esibiti Giorgio Gaber, Maria Monti, Riccardo Sanna (prima di prendere il nome di Ricky Gianco), Paolo Poli Jannacci e tanti altri.
In quegli anni, oltre all’Oca d’Oro, c’erano altre due osterie dove ci si trovava sempre tutti: Pino la Parete, vicino via Meravigli, e il Jamaica in Brera.
È dall’incontro con Felice Andreasi che nacque l’idea del Cab 64?
Abbiamo conosciuto Andreasi perché venne a Milano insieme a Lino Toffolo e a Bruno Lauzi per esibirsi in uno spettacolo. Poi, quando ci siamo trasferiti tutti al Derby, lui era diventato uno dei nostri sodali. Il nostro gruppo, che si chiamava Gruppo Motore, era composto da me, Renato, da Jannacci, Lauzi, Andreasi e Toffolo. Per quasi dieci anni abbiamo fatto spettacoli ed è stato un periodo meraviglioso!
Siete stati davvero il motore del fermento culturale di quegli anni, e anche oggi rappresentate una fonte inesauribile di ispirazione per moltissimi artisti.
Era un momento in cui non c’erano barriere tra scrittori, pittori, cantanti, …, ho assistito anche a grandi litigate, ma sempre su discorsi artistici. Era un continuo confronto. Discutevano tra di loro. Mi ricordo, per esempio, di Dino Buzzati e di Lucio Fontana che trascorrevano le serate insieme. Erano serate che, anche sull’onda degli alcolici, diventavano molto interessanti.
Era nutrimento culturale.
Esatto, e noi abbiamo assorbito, per nostra fortuna, un po’ di quelle atmosfere.
Avete respirato arte a 360 gradi. E poi, fino alle 8 del mattino seguente, vi fermavate lì a pensare, a parlare, a inventare nuovi sketch.
Ormai era diventata la nostra seconda casa.
Facevate tre spettacoli a sera?
Uno iniziava verso le 23, un altro verso mezzanotte e un altro verso le 3 di mattina, perché durante gli intervalli il pubblico mangiava, ascoltava musica e ballava.
E tra i musicisti c’erano anche Massimo Boldi e suo fratello.
Proprio così e il complesso si chiamava la “Pattuglia Azzurra”.
I vostri sketch traevano ispirazione anche dalla strada, dalla gente?
Assolutamente sì e anche dal mondo dei bar e delle osterie, dai discorsi che sentivamo. Magari ci colpiva una frase e la elaboravamo con la nostra fantasia malata. Comunque, partiva tutto dalla strada. Noi frequentavamo anche un bar a Porta Ludovica, il famoso Gattullo, che era un altro covo di “mezzi matti”.
Pensando agli sketch inventati per la trasmissione de “Il poeta e il contadino”, alle vostre stralunate frasi nonsense, mi vuoi raccontare come è nato il passo con la gamba alzata, durante la celebre canzone “La gallina”?
Ci siamo ispirati alle prime farse di Dario Fo, dove lui usava molto questo tipo di espressione del corpo. Abbiamo inventato questo passo pensando che, non essendoci mai stata una rappresentazione del genere in tv, ci avrebbe aiutato a rimanere impressi nella mente degli spettatori. Era veramente senza senso e noi ci divertivamo molto a fare quei balletti. Inventavamo sempre cose nuove, ma senza finalizzarle. Non avevamo mai pensato “facciamo questa cosa per fare dei soldi oppure perché così avremo successo: nasceva tutto in modo molto naturale, molto semplice.
Poi a un certo punto, i vertici Rai vi contrastano perché si rendono conto che tra gli sketch de “Il poeta e il contadino”, quello del maestro povero e dell’alunno ricco, risultava molto scomodo. L’aspetto divertente è che se ne sono accorti al tredicesimo episodio della serie!
In quel periodo erano venute alla luce le baronie universitarie e Renato diceva: “Compito a casa: prendete una banconota da 50.000 lire, fatene una copia e poi portate al vostro maestro l’originale” e io gli rispondevo: “Come?” e lui: “Chiedetelo ai vostri genitori”.
Nel 1974, poco dopo Canzonissima, le vostre strade si dividono.
Inizialmente, ci avevano bersagliato di offerte per fare una coppia cinematografica, ma noi le avevamo rifiutate tutte. Poi abbiamo avuto la grande fortuna di ricevere proposte per film importanti. Renato prima di me, debuttò con la commedia “Per amare Ofelia”, che ebbe un grande successo di pubblico e critica, mentre io ebbi un ruolo importante in “Cuore di cane” di Lattuada, dall’omonimo romanzo di Michail Bulgakov.
È stato un lavoro molto importante per Lattuada, anche dal punto di vista del sistema produttivo, perché aveva ricostruito Mosca a Cinecittà. Un lavoro gigantesco, con un mostro sacro del cinema come Max Von Sidow. È stata un’esperienza davvero fantastica.
Qualche tempo prima, tu e Renato avevate partecipato al Festival di Spoleto con uno spettacolo di Ennio Flaiano.
Nel 1972, ci chiamò Romolo Valli, allora direttore del Festival, perché volevano mettere in scena “La conversazione continuamente interrotta” di Ennio Flaiano.
Io e Renato accettammo e fu una bellissima esperienza teatrale, con la regia di Vittorio Caprioli. In quell’occasione incontrammo Flaiano, una persona meravigliosa, dotata di una simpatia unica.
L’amore per il teatro è sempre molto forte e dal 1979, per 20 anni, decidi di dedicarti totalmente ad esso.
Ho fatto sempre teatro, tranne la partecipazione alla trasmissione televisiva “Su la testa” con Paolo Rossi, nel 1992, anno in cui conobbi la mia attuale moglie.
Nel 2000 Renato mi propose di fare la serie “Nebbia in Val Padana” e nel 2006, con la nascita della mia quarta figlia, lasciai la casa di Roma per trasferirmi definitivamente a Milano.
Sempre con Renato, avete recitato sul palco del Teatro Nazionale.
Quando abbiamo fatto Nebbia in Val Padana, erano quasi 20 anni che non lavoravamo insieme e, visto che ci eravamo riuniti per quell’occasione, ci siamo detti: “Proviamo a vedere se i nostri coetanei vengono a vederci a teatro”.
L’intenzione era quella di divertirci a fare le nostre cose. E così, abbiamo affittato la sala del Nazionale ed è andata molto bene, perché c’è stato un pienone di 2000 spettatori a sera, per due mesi consecutivi! Dal 2000 fino al 2014, ogni anno, siamo stati per tre mesi in tournée. È stato meraviglioso recitare insieme ancora per 14 anni.
Tra i tuoi tanti spettacoli teatrali, mi è piaciuto moltissimo “Le ferite del vento” di Juan Carlos Rubio.
Ho terminato questa avventura, durata due anni, lo scorso aprile e per me è stata un’esperienza bellissima interpretare quel personaggio che, fondamentalmente, dava una lezione sull’amore, a prescindere dalle tendenze private di ciascuno, a un giovane uomo, non sensibile rispetto a questi argomenti.
È stato anche un modo di rivedere l’affettività da diversi punti di vista, trasversalmente, senza alcun pregiudizio.
Esatto, senza pregiudizi. Questo uomo anziano, omosessuale, voleva far capire al giovane che l’amore non ha limiti. Quest’ultimo, dopo la morte del padre, aveva trovato delle lettere d’amore indirizzate a lui ed era rimasto disorientato e inorridito al solo pensiero che il padre potesse essere stato omosessuale. Il suo contraltare anziano gli fa capire che il padre forse lo era, ma non si era mai dichiarato tale e, piano piano, realizza che deve cambiare molte cose nella sua vita. Si rende conto che non esiste solo la dimensione materiale della vita, ma che c’è qualcosa di molto più elevato, spirituale.
L’autore è venuto a vedere lo spettacolo quando era in scena all’Elfo Puccini a Milano e mi è piaciuto moltissimo. È un uomo che si distingue per gentilezza e grande sensibilità.
Con quest’opera è riuscito a mettere in risalto l’importanza dei sentimenti in una società dove i rapporti si fanno sempre più difficili, freddi e filtrati.
Per te invece l’amicizia ha sempre contato molto. Non penso solo a quella con Renato, ma anche al rapporto con Duilio Del Prete, Dario Fo, Enzo Jannacci, Gregoretti e tanti altri con cui c’era affetto sincero.
È vero, per noi l’amicizia era sacra, era la cosa più importante in assoluto. Ci aiutavamo tutti, anche condividendo le nostre case. Felice Andreasi e Bruno Lauzi dormivano a casa mia quando venivano a Milano. Questo succedeva anche con Enzo Jannacci.
Io e Renato eravamo sempre insieme ad Enzo. Il nostro è stato un legame strettissimo.
Mi daresti un ricordo del grande Walter Chiari?
Walter era un uomo e un artista fantastico, dotato di grande generosità, a volte persino eccessiva. Quando eravamo in tournee con lui, finito lo spettacolo, era sua abitudine offrire la cena a tutti quanti. Lui era fatto così.
La musica Jazz è un’altra tua grande passione
Il jazz è nel mio cuore. Sono cresciuto ascoltando i grandi jazzisti italiani e americani, da Franco Cerri a Bruno De Filippi, da Pino Sacchetti a Enrico Intra, il cui Derby Club all’inizio era soprattutto un music club dove il jazz regnava assoluto.
Al Capolinea a Milano andavo a sentire Chet Baker e Gerry Mulligan.
Recentemente sono stato in giro con “Bird lives!”, uno spettacolo-concerto sulla vita di Charlie Bird Parker con un quintetto di jazzisti favolosi: Gabriele Comeglio al sax alto, Emilio Soana alla tromba, Claudio Angeleri al piano, Marco Esposito al basso elettrico e Federico Monti alla batteria.
Un altro spettacolo che mi è caro è Magellano, che ho portato in scena accompagnato da Luca Garlaschelli e altri musicisti.
Racconto la storia del nocchiero di Magellano, sopravvissuto, insieme ad altri marinai, all’aggressione da parte degli indigeni delle Filippine, evento in cui fu ucciso Magellano. Nessuno di loro era intervenuto per aiutarlo e, vigliaccamente, lo avevano lasciato al suo destino.
Il nocchiero, tornato in patria, si appropria degli onori della spedizione, come se fosse stato unicamente merito suo. Ma, alla soglia degli ottant’anni, comincia ad avere delle crisi di coscienza e, provando vergogna per avere approfittato di quella situazione, confessa la verità, raccontando come le cose erano realmente accadute.
Esiste ancora il seme della follia, artisticamente parlando?
Ritengo che l’amico Maurizio Milani sia un artista meraviglioso. Ha scritto un libro che si intitola “L’uomo che pesava i cani” e questo ti fa capire quanto sia folle.
Ci sono anche tanti altri miei colleghi che mi piacciono. Tra i preferiti ci sono Paolo Rossi, Aldo, Giovanni e Giacomo e Antonio Albanese.
Oggi, a Milano, ci sono ancora luoghi di fermento artistico?
Lo Spirit De Milan è sicuramente lo è. Lo frequento sin da quando lo hanno inaugurato anni fa. È un luogo magico, dove si può ascoltare musica, mangiare, bere e ballare: è bello vedere la gente di ogni età che balla e sorride, mi si apre il cuore. Quando ci sono le serate swing è una meraviglia! Mi sembra di fare un tuffo nel passato.
Esiste sempre la storica Balera dell’Ortica e poi c’è il Rob de Matt nel cuore del quartiere Dergano, un ristorante e bistrot dove fanno anche eventi, gestito da uno chef che ha lavorato in Inghilterra con Gordon Ramsey. Ci lavorano ragazzi con storie di marginalità, di disagio sociale e svantaggio.
Tu sei nato in Via Foppa, che ai tempi era attraversata dall’Olona, e il borgo sulla “rive gauche” era molto caratteristico.
Era davvero particolare. Ai tempi c’erano ancora le lavandaie che lavavano i panni e li riportavano puliti e stirati a casa. Venivano sempre gli studenti dell’Accademia di Brera perché era un luogo molto pittoresco. Purtroppo, è stato distrutto e al suo posto è stato costruito un palazzo orrendo, una vera oscenità.
Parlando sempre di Milano, so che nella tua famiglia ci sono stati personaggi illustri come il tenore Arturo Cattaneo.
Arturo era un tenore e scriveva anche poesie dialettali.
Nel 1930, mio zio Don Carlo Ponzoni, Parroco di San Celso, scrisse un meraviglioso libro sulle chiese di Milano, un’opera storico-artistica ornata da circa mille illustrazioni, che è custodita alla Biblioteca Ambrosiana. Mio zio le misurò, fotografò e monitorò, una per una. Fu lui a darmi tre nomi: Aurelio, Felice e Arturo.
Mia madre, la sciura Adele detta Lina, custodiva tutti i ricordi della nostra famiglia. Lei viveva con mia sorella maggiore a Trezzano sul Naviglio e aveva un baule dove teneva tutto, dai fogli protocollo ai ritagli di giornale con le date.
Flavio Oreglio, che ha fondato il Museo del Cabaret, un giorno mi telefonò per chiedermi se avessi dei reperti archeologici della mia storia e lo mandai da mia mamma per guardare dentro quel baule. Trovò tantissime foto e molte di quelle sono state pubblicate ne “La versione di Cochi”, libro scritto con Paolo Crespi.
Devo dire che Paolo è stato molto bravo. Ha avuto una grande pazienza, soprattutto con me, che all’inizio ero riluttante a fare questo libro.
Raccontami come è nata l’idea.
Avevo scritto un diario intimo da donare alle mie figlie, per far comprendere meglio loro che tipo di persona io sia. Poi Paolo mi ha telefonato e mi ha detto: “Sai è uscito un libro di De Gregori, dove lui risponde a domande poste e noi potremmo fare allo stesso modo, io ti faccio domande e tu mi rispondi. Registro e facciamo il libro così.”
Paolo mi è piaciuto da subito perché è una persona molto educata e gentile, e, soprattutto, molto determinata. Così ha preso il via questo progetto. Dopodiché è andato a proporlo a Elisabetta Sgarbi, che ne è rimasta entusiasta, ma ha voluto che fosse riscritto come un racconto e sono davvero molto felice del risultato ottenuto.
Avete realizzato un bellissimo progetto, il libro è uno scrigno di ricordi preziosissimi, non solo per le tue figlie, ma per tutti noi.
È la memoria di un certo periodo storico che varrebbe sempre la pena di ricordare. Spero che la creatività possa sempre contrastare l’appiattimento dell’immaginario.
Quali parole descrivono il tuo essere più intimo?
Nella prima pagina del libro ho messo “La carriola ovvero le grandi invenzioni”, una poesia di Jacques Prévert, che declama: “Fa la ruota il pavone / il caso poi fa il resto / Dio si siede dentro / e l’uomo lo spinge.” Questa è la sintesi del mio pensiero.
Mi rappresenta anche la frase di Joyce nell’’Ulisse: “God is a shout in the Street” (Dio è un urlo nella strada).
Questi sono i miei punti di riferimento. Questo è quello che sento profondamente.
Come chiosa di questa nostra bellissima chiacchierata, citando il film scritto e diretto dal Terzo Segreto di Satira, ti chiedo: “si muore tutti democristiani?”
Questo è un bel dilemma. Lascerei il punto interrogativo. Ma speriamo di no – mi risponde Cochi, ridendo.